Mental coach o psicologo dello sport: come si scelgono


La distinzione più utile non riguarda i titoli, riguarda la direzione. Uno psicologo lavora da una sofferenza verso il funzionamento: c’è qualcosa che fa stare male, e il percorso serve a rimetterlo a posto. Un mental coach lavora da un funzionamento verso una prestazione: la persona sta bene, e il percorso serve a esprimere in gara quello che già c’è. Sono due punti di partenza diversi, non due livelli di profondità.

Chiamo questo il criterio della direzione, e nella maggior parte dei casi basta da solo. Il resto dell’articolo serve per i casi in cui non basta.

Cosa fa uno psicologo dello sport

È uno psicologo (laurea, abilitazione, iscrizione all’albo) che si è specializzato nel contesto sportivo. Il titolo è protetto: significa che nessuno può definirsi psicologo senza quei requisiti, e che chi lo fa commette un reato.

Il suo perimetro comprende cose che nessun altro può fare legittimamente: valutare e diagnosticare, lavorare sui disturbi dell’umore, disturbi del comportamento alimentare, trauma, e in generale tutto ciò che rientra nella sfera clinica. Se ha anche la specializzazione in psicoterapia, può condurre percorsi terapeutici veri e propri.

Nello sport si occupa anche di prestazione, e questo è il punto che genera confusione: l’area della prestazione è comune a entrambe le figure. Uno psicologo dello sport può lavorare benissimo su concentrazione, gestione della pressione e routine pre-gara. La differenza è che può fare anche tutto il resto.

Cosa fa un mental coach

Un mental coach lavora sul processo con cui una persona affronta la propria prestazione: obiettivi, attenzione, gestione dell’errore, routine, ricostruzione della fiducia dopo un periodo storto. Non diagnostica e non lavora sul passato per curarlo. Parte dalla situazione presente e lavora su dove la persona vuole arrivare.

E qui va detta una cosa che di solito i coach non scrivono sui propri siti: “coach” non è un titolo protetto. Non esiste un albo, e chiunque può usare questa parola per definirsi, con o senza formazione alle spalle. Ci sono percorsi formativi seri e associazioni professionali che rilasciano attestazioni, ma l’onere di verificare cosa c’è dietro la parola resta di chi cerca.

Questa asimmetria è il motivo per cui il resto dell’articolo è più utile del solito elenco di differenze.

Quando serve uno psicologo, e non un coach

Metto questa lista prima dell’altra di proposito. Sono un coach, quindi su questo articolo ho un interesse: la lista dei casi che non mi competono viene prima, così puoi giudicare il resto sapendolo.

Rivolgiti a uno psicologo (e in prima battuta al tuo medico) quando riconosci una di queste situazioni:

  • l’ansia non riguarda solo la gara, ma si presenta anche fuori dallo sport
  • il malessere dura da settimane e non dipende da un evento specifico
  • il sonno, l’appetito o l’umore sono cambiati stabilmente
  • il rapporto con il cibo, con il peso o con il corpo è diventato una preoccupazione costante
  • c’è stato un evento traumatico, dentro o fuori dallo sport, che continua a tornare
  • lo sport è diventato l’unica cosa che regge l’identità, e fermarsi fa paura in modo sproporzionato
  • qualcuno vicino a te ti ha detto che ti vede cambiato, e più di una persona te lo ha detto

Nessuna di queste è una richiesta di prestazione. Sono richieste di aiuto, e vanno indirizzate a chi ha il titolo per raccoglierle.

Ci sono sfumature su ansie e traumi per cui anche con il coaching si può attivare un percorso. Molto di pende dalla loro consistenza e dalla loro origine. Insieme si comprende e sta al coach tracciare la linea oltre la quale è d’obbligo coinvolgere un professionista della psicoterapia.

Quando un mental coach è la scelta giusta

  • in allenamento esprimi un livello che in gara non ritrovi
  • sai cosa devi fare e nel momento decisivo fai altro
  • dopo un errore la gara si chiude, e il problema non è l’errore ma quello che succede dopo
  • ti stai preparando a un obiettivo specifico e vuoi lavorare sulla parte mentale come si lavora sulla tecnica
  • vuoi costruire routine e continuità, e finora non ci sei riuscito

Il tratto comune: si parte da una persona che sta bene e ha un obiettivo. Non da una persona che sta male.

Il caso di confine, che è il più frequente

Un atleta ha una paura di sbagliare talmente forte da bloccarlo. È prestazione o è clinica?

Dipende da due cose. Da dove si manifesta: se la paura di sbagliare compare solo in gara, è un tema di prestazione; se compare anche al lavoro, nelle relazioni, nelle decisioni ordinarie, al punto da rendere la persona bloccata nella sua vita; non è un tema sportivo che si è allargato ma un tema che si esprime anche nello sport. E da quanto pesa: una tensione che disturba è una cosa, una tensione che impedisce di vivere normalmente è un’altra.

Nel dubbio, l’ordine corretto non è ambiguo: prima chi può valutare, poi eventualmente chi lavora sulla prestazione. Un coach che si accorge di essere fuori perimetro ha un solo compito, ed è dirlo.

Come verificare chi hai davanti

Per uno psicologo: l’iscrizione all’albo è pubblica e verificabile. Chiedi nome, cognome e ordine regionale di appartenenza, e controlla. Un professionista serio si aspetta che tu lo faccia. (link all’albo)

Per un coach, non esistendo un albo, le domande da fare sono tre:

Che formazione hai fatto, con chi, e per quante ore? Una risposta vaga è già una risposta.

Cosa non fai? È la domanda più discriminante di tutte. Chi non sa rispondere, o risponde che si può lavorare su qualsiasi cosa, ti sta dicendo che non ha un perimetro. Chi ne ha uno lo enuncia senza esitare.

Cosa succede se durante il percorso emerge qualcosa che non ti compete? La risposta giusta è che te lo dice e ti indirizza. Se non esiste una procedura in testa a chi hai davanti, non esiste.

Possono lavorare insieme

Spesso è la soluzione migliore, ed è più comune di quanto si pensi ai livelli alti. Uno psicologo che segue un percorso clinico e un preparatore mentale che lavora sulla routine di gara non si sovrappongono, se ciascuno sa cosa sta facendo l’altro. La condizione è una sola: che si sappiano, e che l’atleta non sia l’unico punto di contatto tra i due.

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