La frase si legge ovunque e non spiega niente. In concreto la differenza è una sola: la terapia attraversa il passato per curarlo, il coaching lo usa come informazione e lavora su dove vuoi andare. Non è una questione di profondità, le domande di un coach possono essere molto profonde, ma di che cosa si fa con quello che emerge.
Questo articolo risponde alle tre domande che le persone mi fanno prima di iniziare, e che quasi nessuno scrive da nessuna parte.
“Si parla del passato?”
Sì, ma per ricavarne informazioni.
Se una persona racconta che ogni volta che deve chiudere una decisione importante si blocca, ha senso guardare da quanto succede e in che situazioni. Serve a capire come funziona il meccanismo, non a risolvere l’origine di quel meccanismo. Il passato viene usato come si usa una mappa: per sapere dove sei.
La terapia fa un’altra cosa. Lavora sull’origine, e la elabora. È un lavoro diverso, che richiede una formazione diversa, e non è quello che sto facendo io.
La conseguenza pratica: in un percorso di coaching non ti verrà chiesto di ricostruire la tua storia e del perché 20 anni fa tu abbia preso una data decisione. Se durante una conversazione emerge un episodio del passato che pesa, non ci entriamo dentro, ne prendiamo atto, e valutiamo se è materiale per qualcun altro.
“Ma le domande sono profonde”
Vero, e la confusione nasce qui. Profondità e ambito clinico non sono la stessa cosa.
Una domanda come “cosa ti costerebbe riuscirci?” può toccare cose molto personali, e resta una domanda di coaching, perché è orientata a un obiettivo che la persona ha dichiarato. Una conversazione sulla sofferenza che una persona prova, senza un obiettivo che la incornici, è un’altra cosa, anche se le parole scambiate assomigliano.
Il discrimine non è quanto si va a fondo. È da dove si parte e verso cosa si va. Il coaching parte da una persona che sta bene e ha un obiettivo. Se uno dei due presupposti non c’è, non è il posto giusto.
“E se durante il percorso emerge qualcosa di più grosso?”
Succede, e non è un fallimento del percorso.
Quando accade, il mio compito è riconoscerlo e dirlo. Non diagnosticare (non ne ho titolo) ma nominare il fatto che quello che sta emergendo esce dal perimetro di quello che faccio, e indirizzare verso chi ha gli strumenti. A volte significa interrompere, a volte significa sospendere e riprendere dopo, a volte significa procedere in parallelo.
Vale la pena essere espliciti su una cosa: un coach che non ha mai fermato un percorso non è un coach che ha sempre scelto bene i clienti. È un coach che non guarda. Questa capacità di fermarsi è, secondo me, il singolo elemento più importante da verificare in chi si ha davanti, e nell’articolo su come scegliere tra un coach e uno psicologo ho scritto le domande concrete per accertarlo.
“Posso fare coaching mentre sono in terapia?”
In molti casi sì, e non è raro. Ma la decisione non spetta a me: spetta a te e al tuo terapeuta, e la condizione è che lui lo sappia.
Le ragioni sono due. Quando due percorsi lavorano sulla stessa area senza saperlo, rischiano di tirare in direzioni diverse e la persona resta in mezzo. E soprattutto, chi ti segue clinicamente ha elementi che io non ho e non devo avere, quindi è nella posizione di valutare se in questo momento un lavoro sugli obiettivi aiuta o disturba.
Quando funziona bene, i due percorsi hanno oggetti diversi: uno lavora su ciò che fa stare male, l’altro su una cosa concreta che la persona vuole ottenere. Quando funziona male, è perché entrambi stanno lavorando sulla stessa cosa senza dirselo.
La domanda giusta da portare in seduta è semplice: sto pensando di iniziare un percorso di coaching su questo obiettivo, secondo te ha senso adesso?
I due errori speculari
Il primo è noto: usare il coaching per evitare la terapia. Arriva chi sa che c’è qualcosa di più grande e cerca una versione più leggera, più veloce, che non si chiami così. È il caso in cui un coach deve saper dire di no, e il motivo per cui nel mio lavoro la prima conversazione serve anche a questo.
Il secondo si dice molto meno: rimandare qualsiasi obiettivo in attesa di stare bene. Ci sono persone che sospendono ogni cosa concreta finché “non hanno risolto”, e la sospensione diventa essa stessa parte del problema. Anche qui, però, non è una valutazione che spetta a me: è esattamente il tipo di domanda da portare a chi ti segue.
Li scrivo entrambi perché il primo errore è quello che danneggia le persone, e il secondo è quello che le lascia ferme.
Cosa faccio, detto senza giri
Lavoro con persone che stanno bene e hanno qualcosa che non si muove. Una decisione ferma da mesi. Un cambiamento continuamente rimandato. La sensazione di funzionare in tutto tranne che nella cosa che conta.
Il materiale su cui si lavora sono le convinzioni, quello che una persona dà per scontato su come vanno le cose, su cosa si può fare e su cosa significa sbagliare. Non perché siano nascoste nel profondo, ma perché sono talmente ovvie da non essere mai state guardate.
Se quello che ti serve è un’altra cosa, te lo dico nella prima conversazione. È gratuita anche per questo.
