Non è una questione di volontà e non è una questione di tempo, nei quattro anni che mi sono serviti per ricostruire una routine azzerata ha funzionato questo: fermarmi prima di decidere, e poi tre leve: un futuro abbastanza concreto da tirarmi verso di lui, un’azione abbastanza piccola da non poter fallire per creare una buona abitudine e le parole con cui chiamavo quello che stavo facendo. Il resto stava a zero.
Quando la bussola sparisce: sei diventato padre
Quando diventi padre, ritmi e abitudini se ne vanno al diavolo. Il primo figlio è talmente un evento nuovo e imprevisto che smetti di governare la giornata e cominci a reagire a quello che accade. Poche ore di sonno, difficoltà a ragionare, una stanchezza che si somma invece di smaltirsi.
Ho fatto d’istinto l’unica cosa che sembrava sensata: giocare in difesa. Iperfocus su una cosa sola, tutto il resto lasciato cadere. Ha funzionato per quello che doveva reggere, e ha presentato il conto su tutto il resto. La forma fisica, che brillante non era già prima, è peggiorata.
Poi arrivano le analisi del sangue, e il colesterolo citofona.
I sei mesi in cui ho sbagliato tutto: risolvere tutto in fretta
Questa è la parte che di solito non si racconta, ed è quella che conta.
Ho smesso di mangiare un sacco di cose: tre mesi, nessun risultato. Ho cominciato a correre tutti i giorni, da subito, senza costruire niente prima: tanta fatica, poco risultato, parecchi dolori. Intorno a questi tentativi, almeno sei mesi passati a vagare nella confusione di chi vuole risolvere tutto in fretta.
L’errore non era la corsa né la dieta ma il presupposto: che si trattasse di un problema urgente da chiudere, invece di uno stato da cambiare. Correvo per farla finita e mangiavo meno per farla finita. Ed è esattamente il modo in cui non finisce.
Poi mi sono fermato.
Il primo passo è stato non fare niente
Non è successo niente: nessun esame peggiorato, nessuna frase di qualcuno, nessuna serata drammatica. Un momento tranquillo, senza urgenza addosso e senza nulla da decidere lì per lì, in cui invece di cercare la soluzione successiva mi sono chiesto dove volevo arrivare.
È la prima delle cose che faccio sempre quando lavoro con qualcun altro. Ed è l’ultima che avevo pensato di fare con me.
Guardando indietro, il problema dei sei mesi precedenti era lo stato interiore da cui le avevo decise. Chi decide in allarme ottimizza per la velocità, e la velocità è esattamente la cosa sbagliata da ottimizzare quando devi cambiare qualcosa che si è formato in anni. Correre tutti i giorni non era un errore di programmazione: era la forma che aveva preso l’urgenza.
Da quel momento è uscito l’obiettivo che uso ancora oggi. Il colesterolo espone a rischi cardio vascolari e l’inattività fisica al crollo metabolico e di resistenza. Avevo da poco una figlia, mi sono visto all’età di 60 e 80 ani. Ho deciso che al matrimonio di mia figlia volevo essere abbastanza forte da poterla prendere in braccio. A 80 abbastanza in forma da non dover dipendere da lei. La stavo vedendo in un futuro dove potesse essere il più libera e felice possibile, insieme ai suoi genitori.
Vale la pena dire chiaramente una cosa scomoda: quelle competenze le avevo già e le uso da anni con altre persone e per altri ambiti. Non le ho applicate a me finché un esame del sangue non mi ha costretto a fermarmi e a mettere ordine. Sapere cosa fare e farlo sono due problemi diversi, e io ero dalla parte sbagliata del secondo.
Prima leva: un futuro abbastanza concreto da tirare
Mi sono dato un obiettivo che non fosse un numero: essere sano quando mia figlia si sposerà, e abbastanza forte da poterla ancora tenere in braccio.
Non è una frase motivazionale, è uno strumento: un obiettivo formulato come cifra da raggiungere ti dice quanto sei lontano, cioè ti misura la distanza ogni giorno; un obiettivo formulato come scena ti mostra dove stai andando. La differenza operativa è che il primo pesa e il secondo tira.
Perché tiri davvero, però, la scena deve essere vista, non pensata (ci arrivo tra poco).
Seconda leva: un’azione troppo piccola per fallire
Quando riparti da zero non fai dieci chilometri di corsa né mille piegamenti. È ovvio detto così, ed è esattamente quello che avevo provato a fare per sei mesi.
Ho scelto una cosa minima e l’ho agganciata a qualcosa che facevo già comunque: prima della doccia serale, poche flessioni. Cinque, dieci. Il punto non era il risultato dell’esercizio, era ridurre l’attrito a quasi zero e ottenere una sola cosa: fare qualcosa tutti i giorni, anche pochissimo, così da creare un’abitudine.
Dopo un po’ è successa la cosa interessante: nelle sere in cui saltavo quelle cinque flessioni sentivo che mancava un pezzo alla giornata. Non era senso di colpa: la sensazione fisica di qualcosa lasciato a metà. Quella sensazione riportava a galla l’obiettivo, che a sua volta spingeva a non mancare il giorno dopo.
Da lì si scala: più flessioni, poi esercizi diversi. Oggi la mia routine sta intorno ai trenta o quaranta minuti, sempre prima della doccia, con qualcosa in più la mattina quando ci sta. Il mantra è “quello che posso, quando posso”. Ma tutti i giorni, senza eccezione, faccio almeno dieci flessioni, anche nelle giornate in cui non succede nient’altro. Non per l’allenamento in sé: per non interrompere il circuito. Il mio cervello deve continuare a sapere che il movimento è un ingrediente della giornata, poco o tanto che sia.
Terza leva: le parole con cui la chiami
Non lotto contro il colesterolo e non combatto per dimagrire.
Cerco un percorso perché il colesterolo faccia un lavoro più utile, e costruisco la persona che tra vent’anni terrà in braccio sua figlia. Sono le stesse azioni, dette in due modi diversi, e i due modi non producono lo stesso comportamento. Una lotta ha un nemico, richiede sforzo continuo, e ogni giornata storta è una battaglia persa. Una costruzione ha un materiale e un tempo, e una giornata storta è solo una giornata storta.
Questo cambia anche come leggo le serate in cui non funziona niente. Sono stanco, l’allenamento salta, il lavoro è andato male, la sera mangio un gelato. Capita, di rado, e non è una caduta: è una sera. Il punto non è che non debba succedere. È che deve essere facile riprendere il timone, per quanto lo si possa perdere.
Qualunque cosa io faccia ha la prima caratteristica di essere sostenibile nel tempo, non rivoluzionaria nell’immediato.
Cosa faccio la sera, in concreto
Prima di dormire mi vedo al matrimonio di mia figlia, oppure mi vedo correre a sessant’anni. Prima mi guardo da fuori, come si guarda una scena, e mi compiaccio di quello che vedo. Poi entro dentro quell’immagine e resto lì a godermi la sensazione di esserci.
C’è un secondo esercizio, che faccio sulla linea del tempo (una tecnica specifica di PNL). Vedo le scene della mia vita disposte come schede: cose accadute e cose che devono accadere. Scelgo quella nel futuro in cui mi vedo come voglio essere, la rendo più bella, e poi la rimetto al suo posto. Mentre la rimetto guardo cosa c’è tra qui (presente) e lì (futuro), quali azioni hanno portato fino a quella scena, e da quelle azioni prendo ispirazione per il giorno dopo.
Chiudo con la gratitudine per quello che sono riuscito a fare quel giorno e fino a quel giorno, e con la messa a fuoco di dove sto andando.
Sono esercizi di Programmazione Neuro-Linguistica. Li descrivo in parole semplici perché il nome della tecnica non serve a nessuno: quello che conta è che sono ripetibili e che si fanno in cinque minuti a letto.
Quattro anni dopo
Sono quasi quattro anni che vado avanti, e non ho ancora finito. Nel frattempo ho cambiato dieta più volte, cambiato allenamento più volte, e cambiato specialista: tre nutrizionisti e due medici, con i relativi controlli. Sempre spostando l’asticella più avanti e più in alto.
Non scrivo cosa mangio, deliberatamente: ognuno ha una situazione sua, l’alimentazione va costruita con un professionista che ti ha davanti, e un elenco di cibi letto su internet è precisamente il tipo di scorciatoia che mi ha fatto perdere i primi tre mesi.
Non ci sono state interruzioni vere, solo alcuni fallimenti (strade prese e abbandonate perché non portavano da nessuna parte) ma non ho mai smesso di cercarne di nuove. La differenza tra un fallimento e una caduta è tutta lì.
Quello che è cambiato visibilmente non è un numero sulla bilancia: è la forma. Prima ero sostanzialmente un quadrato. Adesso la geometria si sviluppa a V, con la parte larga in alto. Le persone mi chiedono che corsi faccio in palestra, e restano perplesse quando scoprono che si tratta di mezz’ora al giorno, ripetuta per anni.
Cosa ho ancora aperto
Il colesterolo è ancora alto, c’è di mezzo una forma congenita.
Lo scrivo perché altrimenti questo pezzo racconterebbe una storia che non è la mia. L’esame del sangue è stato la sveglia, non il problema che ho risolto. Le arterie, per fortuna e per controlli fatti, stanno bene, il fegato pure. Il valore no, e ci sto ancora lavorando con chi ha il titolo per farlo (mica mi arrendo al fatto che sia congenito, magari qualcuno la vede diversamente e trova una strada diversa).
Quello che ho risolto è un’altra cosa, e per me vale di più: ho smesso di ripartire da capo. In quattro anni non ho mai dovuto ricominciare, e questo dopo sei mesi in cui non riuscivo a tenere niente per più di tre settimane.
Il limite di questo racconto
È un metodo che ho costruito su di me, non una casistica su altre persone o che vale necessariamente per tutti. Le leve (un futuro visto, un’azione minima agganciata a un’abitudine esistente, il vocabolario con cui definisci quello che ti succede) sono strumenti che uso anche nel lavoro con altri. Ma questa storia è una sola, ed è la mia.
Se hai un valore alterato nelle analisi, il primo passo non è nessuna delle tre leve: è un medico.
