Perché un errore pesa più di quanto dovrebbe


Il peso di un errore non dipende dall’errore. Due persone sbagliano la stessa cosa: una se ne accorge, corregge e va avanti; l’altra ci resta dentro per giorni rimuginando. Se l’evento è identico le differenze stanno altrove, in quello che ciascuna delle due ha concluso dall’accaduto. Quella conclusione poggia sempre su una convinzione che spesso non è mai stata guardata.

Tra il fatto e la conclusione c’è un passaggio

“Ho gestito male quella riunione” è un fatto. “Non sono all’altezza di quel ruolo” è una conclusione.

Sembrano la stessa frase detta in due modi, e non lo sono. Il passaggio dall’una all’altra avviene in una frazione di secondo e sembra automatico, ma lo sembra soltanto: è un salto, e come tutti i salti si può guardare mentre lo si fa.

Un fatto è circoscritto: riguarda una riunione, un giorno, un comportamento; ha dei confini e quindi si può correggere.
Una conclusione sull’identità non ha confini: non riguarda quella riunione, riguarda me e proprio per questo non c’è nessuna riunione successiva che possa smentirla del tutto.

Il peso non sta nell’errore ma nella conclusione. Ed è per questo che fare meglio la volta dopo non alleggerisce quasi mai.

La convinzione viene prima

Se una conclusione arriva così in fretta, vuol dire che era già pronta.

Le convinzioni su cosa significhi sbagliare si formano molto prima dell’errore specifico, e restano in circolo senza essere mai esaminate per un motivo semplice: sono talmente ovvie da non sembrare nemmeno opinioni, sembrano comuni dati di fatto.

Ecco cosa si dice spesso:

  • Se sbaglio mi devo prendere le conseguenze
  • Se ho sbagliato vuol dire che non sono capace
  • Se continuo a sbagliare alloro sono scemo
  • Sbagliare è una figura di merda
  • …

Da tutte queste poi si traggono significati arbitrari, ripecorriamole dalla prima

  • Da ogni errore derivano punizioni da sopportare
  • Se non sono capace ora non lo sarò nemmeno domani, sennò già lo sarei
  • Se non ho imparato ora non imparo più
  • Gli altri mi giudicano in modo negativo per quello che faccio se sbaglio

Perché la pressione arriva prima dell’errore

Qui c’è la parte meno intuitiva.

Se una convinzione stabilisce in anticipo cosa significherà sbagliare, allora la pressione non è prodotta dall’errore: è prodotta dalla convinzione, e comincia a farsi sentire nel momento in cui la situazione si presenta e l’errore si limita a confermarla.

Questo spiega una cosa che altrimenti non torna: perché la tensione più forte si prova prima, non dopo. Prima di una gara, prima di una firma, prima di una conversazione difficile. In quel momento non è ancora successo niente ma la conclusione è già scritta, e la persona la sta già leggendo.

Cosa succede dopo

Il costo non è la sofferenza, o non solo, è quello che una persona smette di fare per non riesporsi.

Una decisione che non si chiude, un’occasione a cui non ci si candida o una conversazione rinviata. Un obiettivo ridimensionato in anticipo, così se non arriva non è una caduta. Dall’esterno questi comportamenti sembrano prudenza, o mancanza di ambizione, o disorganizzazione. Dall’interno sono la cosa più sensata del mondo: se sbagliare costa quello, non sbagliare vale qualunque rinuncia.

Io stesso sono stato campione di evitamento, e ho sempre avuto ottimi motivi per giustificarmi. Non ho fatto la scuola d’arte perché era ovvio che sarei stato un disoccupato. Oggi faccio un lavoro per il quale non ho studiato ma che ho voluto, e sarei potuto arrivarci anche avendo fatto la scuola d’arte, e mi sarei divertito di più.

Risalire dal peso alla convinzione

Non si lavora sulle convinzioni cercandole, si lavora al contrario: si parte dal peso.

Se un errore che oggettivamente vale due pesa dieci, quella differenza non è irrazionale, è informazione. Dice quanto quell’errore è stato caricato, e da lì si può risalire a cosa è stato fatto significare. La domanda che apre la cosa non è “perché reagisci così”, che è una domanda a cui nessuno sa rispondere. È: cosa dovrebbe essere vero perché questo errore pesi tanto?

La risposta a quella domanda è la convinzione e arriva quasi sempre in forma di frase, ed è il momento in cui una persona sente che sta dicendo qualcosa che non aveva mai detto ad alta voce.

Da lì non si tratta di sostituire una convinzione con una più positiva, serve a poco e chi ci ha provato lo sa. Si tratta di rimetterla in discussione come si rimette in discussione qualunque altra affermazione: da dove viene, in quali situazioni si è formata, dove regge e dove non regge più.

Ho visto cambiare faccia a una persona realizzando che il motivo per cui non riusciva a dire sempre no, e che gli dava fastidio, era il fatto che fosse convita che qualcuno l’avrebbe giudicata, ripensando a tutte le volte che era stata brontolata e giudicata da piccola ai suoi no.

Non è un lavoro sul passato

Vale la pena essere espliciti, perché la confusione è frequente.

Guardare quando una convinzione si è formata serve a capire che si è formata, cioè che non è un dato di realtà ma una conclusione tratta in un certo momento, in circostanze precise, da una persona che aveva le informazioni di allora. Non serve a elaborare quel momento. La distinzione non è accademica: è il confine tra quello che faccio e quello che fa un altro mestiere.

Dove si vede più spesso

In tre posti, che sembrano lontani e sono la stessa cosa.

Nello sport: un errore in gara che chiude la prestazione, mentre in allenamento lo stesso errore non lascia traccia. Al lavoro: una decisione che torna sul tavolo per la terza volta senza chiudersi, con tutte le informazioni già disponibili. Nella vita privata: un cambiamento rimandato per anni, sempre con una ragione diversa e sempre lo stesso esito.

Tre contesti, un solo meccanismo. È il motivo per cui non considero il coaching sportivo, quello professionale e quello personale tre mestieri distinti: sono tre punti di applicazione dello stesso lavoro.

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